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il gatto surgelato


Gente buongiorno.
Da oggi, e con la più auspicabile frequenza possibile, è mio intento pubblicare pensieri ‘sulla fotografia’, senza purtuttavia, anzichenò, alcun riferimento alle ben più dense e profonde riflessioni dell'indimenticata Susan Sontag e del suo omonimo manoscritto.
Esordisco con il racconto seguente, da cui il titolo, che mi causò per giorni alterni stati di shock e confusione mentale diffusa (nonché una salivazione oltremodo eccessiva e senza l’ausilio di lampadine, bistecche o transfert retroattivi).
Ancor oggi, quando ci penso, mi s’accende una luce rossa in fondo alla retina, a due passi dalla fovea, e vado in standby.
A voi giudicare se sia io particolarmente sensibile (già sento nitidamente le risa incontrollate) o se il fatto, nella sua piccola straordinarietà, sia realmente degno di nota.

Ma tant’è. Non mi dilungherò oltralpe.
Veniamo alla cronaca:

Nel febbraio del 2012 mi trovavo in India, e precisamente, nel giorno in questione, ad Agra. Quella mattina mi apprestavo a fare colazione sul terrazzo di un ristorante da cui si godeva una vista piuttosto interessante della città e del mausoleo che la rende famosa in tutto il globo. Fu quindi naturale alzarsi, fra un chai e il successivo, e sparare una raffica di fotografie verticali della veduta, con l’idea di ricomporle, una volta tornato a casa, in una lunga panoramica:


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date: 07-07-2014 16:14

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